"IO VIVO IN TE"

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30/07/2016 00:00:00

Nicola Comerci – Il tormento dell’incontro
 
Mostra fotografica: IO VIVO IN TE, di Simona Muzzeddu
 
L’obiettivo di Simona si insinua tra i margini estremi dell’incontro.
E può essere questione di un attimo, di un passaggio, o di un ritorno. Si tratta di gesti, e di loro tentativi, che restituiscono l’immagine, preparano il futuro componendo il presente. Tra le volizioni del reale e le intersezioni del simbolico, compare lo spazio dell’umano, anche se si tratta di pura geometria delle passioni.
 
Lo sguardo di Simona si muove tra ciò che è visibile e ciò che non lo è. Modula le linee che si intersecano tra il dato scarno della prospettiva e il conforto di un accoglimento, quando gli scatti si impongono conferendo un significato, sopprimendo la distanza, configurando un orizzonte. Coordinate che si perderebbero, se non fosse per la volontà dell’ascolto, del tratto gentile dell’evocazione, che si sofferma sulla soglia del tempo e stabilisce traiettorie nello spazio, coglie parallelismi, scava fenditure, feritoie. Lì, dove il senso inespresso trova modo di esporsi. Tutto semplice e, nello stesso tempo, tutto denso e complesso.
 
In questo modo si inaugura lo spazio, tra i risvolti tenui dei riflessi soffusi. E il compito diviene quello di socchiudere gli occhi e costringerli all’ascolto, all’attesa. Nel bianco e nero delle immagini la luce non rischiara, ma si impegna a coprire i contorni, a lenire i margini, a sfumare le linee. Non dischiude ma suggerisce, non spiega e non informa, piuttosto si spinge fino a tracciare una distanza, a percorrere un’assenza.
 
È un viaggio intrapreso in un luogo preciso, quello di Simona. In un territorio senza nome, ma che si può riconoscere, dove i percorsi si intersecano, mentre sembrano suggerire una prosecuzione. Non troviamo direzioni, solo movimenti, in cui l’umano si limita a partecipare, senza appartenere. Le sue foto disegnano un inizio, sostano sulla soglia, ambiscono all’intenzione, cedono al dubbio. Il senso si esibisce nello sfocare cromatico dei riverberi, quando l’immagine ritratta pone interrogativi, sollecita risposte o, semplicemente, descrive il silenzio. E sarà allora la testimonianza dell’altro a mostrarsi nei riflessi di ogni scena, laddove l’imminenza dell’evento si coniuga alla certezza del suo nascondimento, presente e futuro.
 
L’obiettivo si insinua tra i margini estremi del possibile. E può essere questione di un attimo, di un mero passaggio, o di un semplice ritorno. Oppure ridisegna il percorso, attenua la fatica della ripetuta ricerca di un valico nell’abitudine. Traspare il non detto, nei margini densi di una prospettiva che si dispone ad annunciarsi. E se l’evocazione, più che a rappresentare, si accinge a esibire l’immagine, non sono tuttavia i colori a trasmutare in forma la dinamica del ripetersi. Sospeso nella traiettoria dell’evento, l’obiettivo testimonia la contingenza di ogni margine, che si sussegue in un ritmo calmo, paziente, sicuro. In questo modo è lo stupore a dipanare le trame del significato, anche quando l’espressione coinvolge al punto da obnubilare il suo orizzonte, l’origine del percorso, l’epicentro dello scatto.
 
Ogni scatto è sempre singolare per l’ambito individuato e peculiare nell’occasione in cui si svolge, stratificato nella tessitura di sfumature a cui si offre, e conduce l’osservatore a riflettere su una vita che sarebbe potuta essere. Tra il dato scarno dell’imposizione e il conforto semplice di un accoglimento, le foto di Simona si susseguono conferendo un significato, abitando la distanza, squadernando uno scenario. In un ambito rispettoso in cui l’immagine depone l’irruenza e attende con delicatezza, mentre ambisce ad insegnare qualcosa al pensiero. Configura un’attesa, mentre delinea la cifra della proposta.
 
E se il contingente sembra assurgere in primo piano, in realtà la compattezza semantica del dato visivo sfuma gradatamente, sostenuta dall’insorgere della domanda, dall’annunciarsi della riflessione, dall’incedere dei rimandi. In tal guisa è sempre l’altro a recepire il contrasto tra l’accadimento e il luogo della sua manifestazione, in modo che l’attenzione si muove su un piano parallelo, diverso, in cui il pensiero scardina i presupposti della superficie e sostiene le pretese dell’inespresso. Il movimento significa nel non rimandare, nel sentire la propria fine, nell’indicare il proprio tormento. Il tormento dell’effimero.
Ne deriva che è un dipanarsi di suggestioni a confermare lo spazio dell’incontro, quando la macchina si sofferma sul tempo dell’esposizione, pronta a cogliere il momento apicale in cui si scopre ad arretrare, ad eclissarsi.
 
Ogni foto carpisce un discrimine, lenisce lo scarto tra l’immediata percezione di un viso e l’inusuale angolatura dello scorcio tematico, laddove il pensiero viene invitato a concentrarsi sul limite profondo che si instaura tra ciò che compare e ciò che, velandosi, in lontananza, rifulge. E pertanto sarà il non detto a suggerire il percorso su cui dirigersi, allorquando la rigidità del categoriale indulge alla delicatezza dell’immagine, cede alla forza cromatica, mentre si lascia condurre sul confine mutevole del discorso interpretativo.
Di una vita altra, di un tempo altro, di un mondo altro.

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